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9 agosto 2010
Parliamo di legge elettorale

Ciao a tutti, con questo blog vorrei aprire un confronto tecnico su una possibile riforma della legge elettorale, ponendo, come base di discussione e confronto la seguente proposta iniziale (si attendono commenti e contributi).

Questa proposta di riforma della legge elettorale (ovviamente ulteriormente perfettibile) ha comunque lo scopo di fornire una risposta abbastanza soddisfacente, alla duplice esigenza, tipica della realtà italiana, di assicurare, da un lato, la rappresentanza parlamentare dei diversi partiti all’effettivo consenso che gli stessi raccolgono nella società civile e, nel contempo, di consentire un’efficace azione di governo, all’interno di una logica sostanzialmente bipolare.
In concreto, l’ipotesi in esame poggia su di un meccanismo elettorale articolato su due turni, fra loro peraltro scollegati, con il primo dedicato alla misurazione del consenso nei confronti dei vari partiti e alla definizione della rispettiva rappresentanza parlamentare, mentre il secondo è riservato alla scelta della proposta di governo ritenuta più valida da parte dell’elettorato.
Tecnicamente, la cosa potrebbe funzionare così:
Al primo turno, i partiti si presentano singolarmente, ciascuno con il proprio programma e i propri candidati al parlamento (si vota con sistema proporzionale e vengono eletti i candidati che hanno ottenuto più preferenze - ogni elettore può esprimere fino a un massimo di 2 preferenze), in modo che gli elettori possano votarli, in base all’effettivo consenso, senza alcun condizionamento o vincolo derivante dalle varie alleanze. I risultati di questo primo turno consentono di definire, in prima battuta, i partiti che ottengono una rappresentanza parlamentare (per evitare un’eccessiva dispersione è auspicabile l’introduzione di una clausola di sbarramento non inferiore al 3%). Se un partito ottiene, da solo, più del 50% dei voti, accede direttamente al premio di maggioranza previsto nel secondo turno, altrimenti, in ogni caso, si deve passare al secondo turno.
A questo punto, anche in base al rispettivo consenso e alle vicinanze programmatiche, i partiti che hanno ottenuto una rappresentanza parlamentare, possono formare, coalizzandosi fra loro, le diverse proposte di governo da sottoporre al voto degli elettori nell’ambito del secondo turno. Per salvaguardare il principio bipolare le proposte di governo ammesse al secondo turno devono rappresentare, quantomeno, un numero di voti validi (calcolato sulla base della somma dei voti ottenuti dai partiti che partecipano alla coalizione e che hanno superato, al primo turno la soglia di sbarramento) non inferiore al 15% (la % potrebbe anche essere superiore ma ritengo che quella proposta sia comunque sufficiente). Va da sé che un partito che abbia superato da solo tale soglia al primo turno, può presentare una propria proposta di governo senza la necessità di coalizzarsi con altre forze politiche. Ogni coalizione, oltre al programma (frutto della mediazione tra i diversi partiti che la compongono), dovrà presentare anche il proprio candidato premier, il cui nome dovrà essere riportato sulla scheda elettorale.
Alla proposta di governo che ottiene il maggior numero di voti viene assegnato un premio di maggioranza in modo da assicurare una rappresentanza parlamentare pari ad almeno il 55% dei voti (se la proposta super autonomamente tale soglia non viene assegnato alcun premio di maggioranza.
A questo punto, il 55% (ovvero la % maggiore autonomamente raggiunta) dei parlamentari viene assegnato ai partiti che formano la coalizione vincente (sulla base del peso rispettivamente conseguito al primo turno) mentre la quota rimanente viene distribuita fra tutti gli altri partiti (anche in questo caso sulla base del rispettivo peso raccolto al primo turno), compresi quelli che, pur avendo superato la soglia di sbarramento del primo turno, hanno ritenuto di non aderire a nessuna delle proposte di governo presentate nel secondo turno.
I vantaggi di tale soluzione (che, ovviamente, può essere accompagnata anche ad eventuali riforme istituzionali della forma di governo) sono del tutto evidenti. Innanzitutto, il peso dei singoli partiti verrebbe misurato senza alcun vincolo o condizionamento del c.d. voto (in)utile, mentre le coalizioni che si candidano alla guida del paese, potrebbero formarsi sulla base di effettive convergenze programmatiche, senza dover necessariamente raccogliere, al proprio interno, forze marginali e fra loro eterogenee (oltretutto, verrebbe salvaguardato anche il principio del premio di maggioranza alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa dei voti).
Magari non sarà la legge elettorale migliore in assoluto, ma sarei interessato ad un confronto su proposte alternative, nella convinzione che trovarne una migliore, per il contesto dato, è esercizio assai arduo.


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permalink | inviato da eb1412 il 9/8/2010 alle 21:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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